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Musica

Creuza de Sä, l’omaggio a Fabrizio De André

Esce “D’a mæ riva”, con dieci brani del grande cantautore eseguiti dal gruppo di Vittorio Attanasio, con la partecipazione speciale anche di Giorgio Cordini e Mario Arcari

Di Daniela Masella

Creuza de sä, “l’acciottolato salmastro da dove ha inizio il nostro viaggio nella poesia, nei suoni, tra gli odori della Città Vecchia di Faber, insieme a quegli “ultimi”, “diversi”, “eroi al contrario” da lui non lasciati soli”. Queste le parole pronunciate da Vittorio Attanasio. Con la sua poliedrica personalità – organizzatore di eventi, chitarrista, scrittore ed interprete sensibile e completo del grande De André – ha sentito dal 2006 il forte impulso di curare e suonare una produzione musicale che esaltasse al meglio le canzoni del cantautore, perché in esse ritrovatosi e con esse cresciuto fin da giovanissimo, per temperamento, sentimento, poesia e musicalità. La sua è una scelta che non ha mai cercato competitività nello sviluppare tale obbiettivo, ma il desiderio di omaggiare con doverosa e profonda passione l’intera discografia di Faber. In questa evoluzione, nel 2017, dopo diverse esibizioni e tourné, ha prodotto, con una compagine di musicisti e professionisti affiatati, la registrazione di un Cd unico e speciale dal titolo “D’a mæ riva”.

Raccoglie dieci brani in dialetto genovese, in cui il racconto vocale e la costruzione armonica sono prodotti, con singolare tatto, gentilezza, particolare maestria e con una performance tutta personale al fine di preservare e tramandare la lingua genovese, patrimonio che lo stesso Fabrizio voleva mantenere vivo. Sette i talentuosi musicisti con Attanasio voce solista, provenienti da diverse estrazioni musicali, spinti dall’esigenza di ritrovarsi sul palco per ripercorrere, il repertorio del grande artista, cercando di conservarne le sue ultime sonorità, legate all’inimitabile tour del ’98 Mi innamoravo di tutto”. In ordine: Fabrizio Cosmi alle chitarre, Dea De Logu voce e percussioni, Marco Fuliano batteria, Daniele Pinceti basso, Daniela Piras vocalist e flautista, Luca Terzolo alle tastiere. In studio di registrazione, ospiti, Giorgio Cordini al bouzouki e Mario Arcari allo Shannaj, maestri d’orchestra, che all’epoca, furono sui palchi e in studio con lo stesso Fabrizio De André.

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Un gladiatore di nome Gianna

Reduce dal concerto di Genova, con tanto di infortunio, la rocker di Siena si racconta

Non la ferma nessuno. Irrequieta, stropicciata, cruda, irresistibile. Gianna Nannini è fatta così, piena di semplice schiettezza tutta toscana. E di tanto istinto. 

Prendete quanto accaduto all’RDS Fiumara di Genova, durante la tappa ligure della tournée di Fenomenale, ultima fatica della rocker senese, dedicata alla figlia Penelope. Una caduta accidentale dal palco, l’apprensione, un ginocchio gonfio come un melone e il ricovero precauzionale in ospedale. La sera successiva Gianna era a cantare a Montichiari, dinanzi a quattromila persone rapite dalla sua incredibile vitalità. «Cantare è andare sempre in cerca della luce, per uscire dal buio» ha affermato la Nannini. «Quando ti scontri con una dura realtà, una caduta, un infortunio, tocchi per un attimo il fondo e tutto sembra finito, poi si riprende la corsa, cammini a passi falcati su per le scale della vita che ti sei scelto, e sali e più sali più il tempo sembra non finire mai, ma sai che quella è la tua missione».

FIERA DI ESISTERE – Fenomenale Tour ha fatto riabbracciare Genova all’artista toscana. «Una città meravigliosa, che aggiungere? Chi ci mette piede per la prima volta crede che appartenga ad un altro mondo. Genova è piena di mistero, la gente ti cammina intorno e subito non te ne accorgi, ma quando ti conoscono e ti riconoscono sei uno di loro. Ho visto un pubblico pieno di passione, di affetto, di amore. Ecco perché amo questa città, ti regala amore a tonnellate, ti fa sentire una creatura fiera di esistere. Poi Genova è come me, indipendente e orgogliosa, dentro morbida e passionale e fuori una corazza inattaccabile».

Chi è mamma Gianna Nannini? «Una che non ha mai confuso il giorno con la notte e che otto anni fa, con la nascita di quella meravigliosa creatura che è mia figlia Penelope, dorme più di giorno che di notte!». Sorride compiaciuta. «Essere mamma alimenta i sogni, li aiuta a continuare, batteria alla mano ti senti di abbracciare la vita, di entrarne a fare parte dalla porta principale».

QUARANT’ANNI DA GIAN BURRASCA – A Gianna non è mai stato semplice farsi largo in un mondo solo all’apparenza dorato qual è quello della musica e dello spettacolo. Eppure da 40 anni la Nannini è la rocker italiana più amata in Francia e Germania, con oltre nove milioni di dischi venduti in carriera. «I giovani si sono identificati col mio carattere da Gian Burrasca, che di giorno riposa per far casino la notte. Che la musica ce l’hanno negli occhi, e che le canzoni le elevano come preghiere di fuga e dissenso dalla normalità. Vengono alla mente motivi come “Vieni ragazzo” o “Profumo”, dove si passano le gioie ai sogni, ubbidendo a quel richiamo che si chiama vita. Senza sogni non si va da nessuna parte, lo sapete?».

E tutta questa irrequietezza come si può spiegare? «Con la voglia di sentire più il cuore che il cervello, difficile sia il contrario quando sei una rockstar. Ma dietro a questo Gian Burrasca ci sono tanti lati di donna, vissuta a Siena come un fantino del Palio, sempre di corsa per dimostrare di sapertela cavare senza troppi giri».

UNIVERSO DONNA – In “Amore gigante”, ultimo disco prodotto e che costituisce parte fondamentale di Fenomenale Tour, Gianna Nannini ha messo al centro dell’attenzione la donna, i suoi desideri, e soprattutto le sue lotte per liberarsi dalle spire di una continua strumentalizzazione basata su indifferenza e brutalità. 

«La vera vergogna è provare vergogna, e forse per scoprire l’universo donna in tutta la sua forza e delicatezza la donna stessa dovrebbe avere una faccia come il c…

Vengono schiavizzate, usate, uccise le donne, ma nessuno che vede, nessuno che sa, nessuno che immagina. Escono quattro foto ed otto mele, per dirla come dicono da me a Fontebranda (il cuore della Contrada dell’Oca dove la Nannini è nata, ndr). Questo disco è la forza delle donne, lo ieri e l’oggi, è un inno all’amore incazzato: coloriamo ed inondiamo il mondo non solo di fiori ma di canzoni, il motto della tournée. Alzando la testa eviti di farti mettere sotto e i neuroni si irrorano di sangue».

 

E’ vero che non c’è più amore? «Questa è la più grossa bugia, è che l’amore è soffocato dai pregiudizi e dalle considerazioni affrettate. Allora perdi le briglie e non ti sai più governare, ti vince l’imbarazzo: la parola chiave è Libertà. Amare è lasciarsi andare, al massimo, senza freni. Le donne sono straordinarie nel lasciarsi andare, l’uomo in questo ha tanta, troppa paura».

L’amore più bello? «Sempre, come dice la mia canzone. Bello, bello e impossibile. Sentilo sogno, desideralo. E sarà fantastico». E ancora: «Vivo l’amore con fiducia totale, senza limiti o restrizioni. Nella mia vita ho amato uomini e donne, sono una pansessuale che crede nell’Amore gigante, il donarsi l’uno all’altro con trasporto di intenti. Dopo la nascita di Penelope l’ho abbracciata ancora più forte, questa convinzione, vado avanti vivendo come un vero gladiatore».

Eccola, Gianna Nannini. Se non ci fosse dovrebbero inventarla. Ma probabilmente sarebbe impossibile!

Di Leo Cotugno

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Genova, l’abbraccio a Bob Dylan dopo venticinque anni

Bob Dylan: ne parli e il tempo si ferma. Dopo 26 anni – estate 1992, celebrazioni Colombiane con il menestrello di Duluth ospite d’onore per i 500 anni della scoperta dell’America – il più grande cantautore di ogni epoca della storia è tornato a Genova per la nuova tappa del suo “Neverending Tour”, il giro del mondo che non ha mai fine. 

Robert Allan Zimmermann, di scena il 25 aprile, anniversario della Liberazione, all’RDS Stadium della Fiumara ha iniziato a suonare e a incantare i 4.000 astanti il religioso silenzio alle ore 21, puntualissimo. Quasi subito esauriti i biglietti in ogni ordine di posti, per un nome titanico che continua a radunare attorno a sé milioni di spettatori. Chi è riuscito a far parte dei 4.000 (di fronte alla Fiumara c’era perfino chi chiedeva un biglietto suonando, in perfetto stile busker) potrà dire orgogliosamente «io c’ero» a figli e nipoti; ma chi non è stato presente ha potuto comunque respirare quell’aura di grande comunicatore della cultura che la vita artistica di Dylan ha da sempre trasmesso. 

IL MOVEMENT E LA CONTESTAZIONE – Per natura proverbialmente schivo, amante della solitudine interiore e della letteratura filosofica, Bob Dylan non è stato solo un immenso scrigno di cultura musicale. Così lo definisce Donald Sugerman, già biografo di alcuni dei grandi della musica anni Sessanta, l’ex leader dei Doors Jim Morrison e la leggendaria Joan Baez, con cui Dylan cantò più volte negli USA e nel 1964 a Londra. «Il mondo artistico di Dylan è la più grande tela pittorica che ci è permesso di ammirare. È stato scrittore, poeta, compositore, filosofo di massa e comunicatore di cultura rivoluzionaria: parlarne vale riassumerne con questi concetti sei decenni di musica. Bob si è affermato personaggio chiave del Movement, il movimento di protesta americano, con una serie di testi che la letteratura e la storia americane stesse hanno fortemente ostacolato e successivamente chiuso. In lui è vivo il tema innovativo della politica, della sociologia e della filosofia che sfida le convenzioni della musica pop appellandosi alla controcultura del tempo”. 

LA QUARTA VOLTA IN ITALIA – Per Bob Dylan il Neverending Tour 2018 rappresenta un importante ritorno nel nostro Paese. Il giovanissimo Robert Zimmermann, allora 21enne, era giunto a Verona nel 1962, dove si sarebbe dovuto recare per approfondire alcuni studi storico-politici, e dove si trattenne per soli otto giorni prima di tornare negli States. La seconda volta del cantautore fu nel 1984: l’anno del suo primo concerto italiano, che per molti fu un vero e proprio colpo di scena. Prima di lui all’Arena di Verona si erano esibiti solo alcuni dei nomi storici della musica anni Settanta, come Neil Young, Joni Mitchell e Lou Reed. Dylan avrebbe dovuto cantare assieme all’amica fraterna Joan Baez (in Italia insieme a lui nel 1962) e richiamò una folla di curiosi. «Ma quel concerto» ha ammesso in una recente intervista durante una conferenza al Teatro degli Arcimboldi di Milano «fu per tanti una grande delusione: la band degli strumentisti era stata messa assieme solo due mesi prima dell’evento. Era il 28 maggio 1984, suonammo per due serate. Greg Sutton al basso, Colin Allen alla batteria, Ian Mc Laglan alle tastiere con Mick Taylor, ex Rolling Stones alla chitarra solista». Per la cronaca, quel concerto finì con l’ovazione per Hurricane e Blowing in the Wind, che Dylan cantò accompagnato in assolo nientemeno che da Carlos Santana. Brividi sulla pelle. 

L’UOMO E LA STORIA – Non sono sufficienti gli eccezionali riconoscimenti tributatigli a rendere l’idea del carisma di Bob Dylan, che, pure, ebbe non pochi problemi con i critici musicali della passata generazione. Dopo l’uscita del suo secondo LP John Wesley Harding, datato 27 dicembre 1966, il 25enne artista venne definito senza remissione «un folksinger lento dal country banale a sfondo morale». Ma dal suo ritiro dorato nell’isola di Wight Dylan fu altrettanto caustico nel replicare a chi gli domandava chi fosse il suo amico più caro: «Wow, ecco una domanda che fa veramente pensare. Cristo, se devo pensare a chi è il mio migliore amico, credo che cadrò in una profonda e cupa depressione». 

Altra testimonianza, riportata dallo stesso Donald Sugerman, riguardo il Festival di Wight in cui il cantautore di Duluth si esibisce dinanzi a 200mila persone. «Torna sulle scene un uomo domato, dimentico delle istanze sociali di qualche anno prima, proprio mentre a Woodstock, nel celebre festival che si tiene in quel posto, nella speranza di una sua apparizione, si marcia per un mondo migliore». Bob Dylan è per la prima volta sprezzante, quasi al limite della villania: «Spero proprio di non avere avuto una qualche funzione nel cambiamento della musica popolare degli e negli ultimi anni. Stiamo iniziando a vivere in un mondo di fantascienza nel quale ha vinto Disney, la fantascienza di Walt Disney. Per questo dico che se uno scrittore ha qualcosa da dire, deve assolutamente farlo, questo è un mondo reale e la fantascienza è diventata il mondo reale, che noi ce ne accorgiamo o no».

Bob Dylan è anche l’uomo della storia in tante geniali creazioni. La rivista Rolling Stone lo glorifica come ideatore del folk rock con Bringing it all back home. Il primo ad aver pubblicato uno storico singolo, datato 1965, ad avere la durata non commerciale di oltre sei minuti: Like a Rolling Stone, considerata una delle più grandi canzoni di ogni tempo. Il primo grande album rock doppio della storia è di Dylan: Blonde on Blonde. Il video di Subterranean Homesick Blues, anch’esso del 1965, è considerato il primo videoclip assoluto nella storia della musica, così come Great White Wonder ha lanciato il fenomeno dei bootleg. 

La sfilza dei premi alla carriera di Bob Dylan è veramente impressionante. Il Grammy Award nel 2011, il Polar Music Prize, equivalente del Nobel alla musica, nel 2000, il Premio Pulitzer «per il suo profondo impatto sulla musica pop e sulla cultura americana grazie a testi di straordinaria forza politica»: questa la motivazione, nel 2006. E poi, ovviamente, il chiacchieratissimo Premio Nobel per la letteratura due anni fa, senza dimenticare la Medaglia Nazionale dell’Artista nel 2009 e la Medaglia Presidenziale per la Libertà nel Mondo nel 2009. 

GLI AFORISMI – Bob Dylan non ama – per usare un eufemismo – il contatto attraverso i media. Ma celeberrimi sono i suoi aforismi, oltre trecento, divenuti pietra miliare per addentrarsi nel suo personaggio. «Alcune verità su me stesso», disse arrivando in Europa per la prima volta, «ormai le conosco. La prima verità è che se cerchi di essere qualcuno che non sei, fai fiasco. Se non sei sincero nel cuore, non ce la farai, e inoltre non esiste successo importante quanto il fallimento». Sull’eterno dilemma politico: «Non so niente di politica» – la frase è del 1985 – «e sono incapace di distinguere quello che è di destra da quello che è di sinistra, non ragiono in questi termini. Un giorno potrò difendere un’idea che verrebbe qualificata come conservatrice e il giorno dopo, su un altro argomento, potrei sostenere una posizione che si qualificherebbe di sinistra. Non c’è destra e non c’è sinistra, c’è la verità e c’è l’ipocrisia, guardate la Bibbia, non sentirete mai parlare di destra o di sinistra». Infine sulla canzone, il suo più celebre, dopo il concerto di Verona del 1984. «Le canzoni popolari sono la sola forma di arte che descriva i tempi che viviamo. Lì ritrovi l’essenza della gente, non nei libri, né in scena, né nelle gallerie d’arte».

IL CONCERTO – Anniversario della Liberazione nel tema della libertà di espressione. Bob Dylan si è esibito per un’ora e cinquanta minuti nella tappa genovese del suo Neverending Tour accompagnato da una band di cinque strumentisti: Stu Kimball alla chitarra, Donnie Herron alla steel guitar, banjo, mandolino elettrico e violino, Charlie Sexton alla chitarra solista, Tony Garnier al basso e George Receli alla batteria e percussioni. 

Tantissimi i grandi classici, spesso con arrangiamenti in grado di renderli quasi irriconoscibili, perché da sempre Dylan gioca a demitizzarsi: Simple Twist of Fate, Highway 61 Revisited, Tangled Up In Blue, Desolation Row, Don’t Think Twice, It’s All Right, ma anche i pezzi più recenti, come Duquesne Whistle o Melancholy Mood, fino ai bis (Ballad of A Thin Man e la già citata Blowin’ in The Wind). Un tour davvero senza fine – dal 1988 al 2017 sono stati quasi tremila i concerti effettuati – che pone questo immortale della musica tra gli artisti più longevi di sempre. «Andrò avanti a lungo a fare quello che faccio, e se mi cercherete quando avrò 90 anni sarò su un palcoscenico da qualche parte» ama ripetere Dylan. L’uomo senza via di mezzo. Bentornato a Genova, cantore senza tempo. 

Leo Cotugno

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Genova un’estate in Musica: da James Blunt ai Simple Minds

Sotto la Lanterna si alternano grandi nomi italiani ed internazionali

Arriva l’estate e a Genova tornano anche i nomi più interessanti del panorama musicale: come sempre sarà l’Arena del Mare il centro nevralgico delle manifestazioni in programma, con il clou nelle due settimane centrali di luglio. Da una parte il Goa-Boa Festival, in programma dal 13 al 25 luglio, che punta molto sull’Italia: in cartellone ci sono Negrita, Motta, Caparezza e Coez, con in più l’alfiere genovese dell’immancabile trap, il rapper Tedua. Dall’altra le superstar internazionali: il 10 luglio c’è James Blunt, l’autore di “You’re beautiful” che porta in concerto il suo ultimo “The Afterlove” (2017); il giorno dopo è il turno del gruppo scozzese di maggior successo di sempre, veri eroi degli anni ’80, i Simple Minds di Jim Kerr; la voce “nera” di Anastacia sarà invece protagonista il 14 luglio, gradito ritorno. E il 15 luglio c’è spazio anche per il Trap King, Sfera Ebbasta, idolo indiscusso dei giovanissimi, proprio – pur su coordinate del tutto diverse – Riki, che aprirà la stagione il 9 luglio.

James Blunt

James Blunt, l’ufficiale musicista (10 luglio) – James Hillier Blunt nasce nell’ospedale militare di Tidworth, cittadina nei pressi di Salisbury in Inghilterra, il 22 febbraio 1974. La una famiglia serve le forze armate inglesi da generazioni e il piccolo James cresce in una casa che non possiede neppure un lettore CD. La passione per la musica si manifesta in occasione della prima trasferta duratura, quando James si sposta alla Harrow School, appena fuori Londra, a sufficiente distanza dalla casa paterna. Lì impara a suonare il piano, poi partecipa ad un musical allestito dalla scuola. Da quel giorno la musica inizia a fargli compagnia assiduamente: arrivano così le prime infatuazioni per i Queen e i Dire Straits. A 14 anni James prende in mano la chitarra di un amico e incomincia a suonarla ascoltando «Nevermind» dei Nirvana. Subito dopo scrive la sua prima canzone.

Dopo aver studiato Ingegneria Aerospaziale e Sociologia alla Bristol University, James entra nella Regia Accademia Militare di Sandhurst, dove diventa ufficiale dell’esercito inglese. E proprio come primo ufficiale britannico entra a Pristina, in Kosovo, alla testa di una colonna di 30.000 soldati inviati con il solo scopo di mantenere la pace. «No bravery», la canzone che chiude il suo album di debutto, «Back to Bedlam», viene scritta nel 1999 proprio in un campo militare in Kosovo, dove James si trovava come ufficiale in avanscoperta per l’esercito britannico. Di giorno, di pattuglia a Pristina, James tiene la chitarra agganciata all’esterno del suo carro armato. Di notte, se la porta nella sua camerata, dove scrive della sua vita di ventiduenne difensore della pace nel periodo immediatamente successivo ad una delle guerre civili più sanguinose del decennio.

Nel 2002 James lascia l’esercito per diventare un musicista a tempo pieno. Armato solo di alcuni “demo scadenti” inizia a fare ascoltare le sue cose, ottenendo sia un contratto di management sia di edizioni in pochi mesi. Nel Settembre 2003 James vola in California per registrare il suo album, quello che poi è diventato “Back To Bedlam”, sotto la guida del produttore Tom Rothrock. L’album riscuote un incredibile successo, permettendo a Blunt di trasferirsi a vivere a Ibiza e di concentrarsi sul suo successore: “All the lost souls”. esce nel 2007, trainato da un altro singolo di discreto successo, “1973”. Il terzo lavoro, “Some kind of trouble”, viene realizzato nel 2010, seguito da “Moon landing” e l’anno scorso da “The afterlove”.

Simple Minds

Simple Minds, il mito dagli anni ’80  (11 luglio) – È considerato uno dei più rappresentativi e influenti gruppi degli anni ottanta e novanta. In oltre trent›anni di carriera hanno venduto circa 40 milioni di album.

Il cantante Jim Kerr e il chitarrista Charlie Burchill formano i Simple Minds nel 1978 a Glasgow, Scozia, dopo avere suonato insieme nel gruppo punk Johnny & The Self Abusers. All’inizio i due coinvolgono il bassista Tony Donald (presto sostituito da Derek Forbes), il tastierista Michael McNeil e il batterista Brian McGee. I primi due album, Life in a day e Real to real cacophony, pubblicati entrambi nel 1979, mostrano due facce diverse della band. Più accessibile il primo, più oscuro e sperimentale il secondo, aprono la strada ai lavori successivi. Con Sons and fascination e Sister feelings call (pubblicati insieme nel 1981 e in seguito venduti separatamente) la popolarità della band si allarga e i primi grossi successi arrivano con New gold dream (81-82-83-84) e Sparkle in the rain. Superando le iniziali perplessità di Kerr, la band incide il singolo “Don’t you (forget about me)”, grande successo internazionale che apre il periodo di maggior fortuna commerciale del gruppo. McGee viene sostituito da Mel Gaynor e i Minds diventano star da grandi arene. “Once upon a time” e “Live in the city of light” (dal vivo) non vengono accolti con favore dalla critica ma vendono molto bene, così come “Street fighting years”, in cui Kerr affronta nei testi temi politici di grande richiamo. “Real life” (1991) e “Good news from the next world” (1995) vedono invece la band in calo di popolarità e afflitta da instabilità di formazione (Kerr e Burchill restano i soli responsabili della band) e “Neapolis” (1998) conferma che il momento di maggiore richiamo è finito. Dopo un periodo di sosta, Kerr e Burchill tornano in attività nel 2001 con l’album di cover “Neon lights” e nel 2002 esce “Cry”. Di due anni dopo è invece “Our secrets are the same”, acclamato dalla critica come il miglior album dei Simple Minds degli ultimi vent’anni, mentre “Black and White 050505” è del 2005.

Gli ultimi lavori: “Graffiti Soul”, “Big Music” e a febbraio di quest’anno “Walk Between Worlds”.

Anastacia

Anastacia, grazia e forza (14 luglio) – In possesso di una voce soul davvero «black», Anastacia ha esordito nel 2000, a quasi 30 anni e dopo oltre 10 di gavetta, con «Not that kind» che ha venduto oltre 5 milione di dischi in tutto il mondo. 

Grazie ai singoli «Not That Kind» e «I›m Outta Love», per il quale ha ricevuto i complimenti di Elton John e Michael Jackson, diventate immediatamente un successo, Anastacia si inserisce velocemente nel novero delle superstar internazionale ed è solo l›inizio di una delle carriere più importanti del Nuovo Millennio. 

Il secondo album «Freak Of Nature», uscito nel 2001, bissa il successo del debutto e vende più di 4,5 milioni di copie, ottenendo il disco di platino in più di 14 stati. All›inizio del 2003 l›ascesa della star di Chicago viene interrotta da un cancro al seno, vinto con fortuna, coraggio e determinazione che rendono ancora più forte Anastacia e la sua terza fatica discografica, intitolata semplicemente «Anastacia», la riporta subito in vetta alle classifiche planetarie di vendita e gradimento con 16 milioni di copie vendute e il primo tour Europeo, ovunque sold out con oltre 1 milione di spettatori in ben 25 stati, memorabile il concerto del 28 ottobre 2004 al Forum di Assago. 

Dal terzo album viene estratto «Left Outside Alone», colonna sonora martellante di uno spot della telefona mobile come già «Paid My Dues» in precedenza e Anastacia viene consacrata anche come la Regina degli spot. 

Non conosce soste il successo della poliedrica cantante americana e anche il quarto album «Heavy Rotation», pubblicato nel 2008, registra numeri da capogiro e vanta la presenza di straordinarie firme delle scene musicali, quali Ne-Yo, Lester Mendez, JR Rotem, Guy Chambers e Rodney Jerkins, tanto per citarne alcune. Dopo “Resurrection” del 2014, testimonianza di una nuova battaglia vinta contro il cancro, il 2017 è il momento per “Evolution”.

Sfera Ebbasta, il re della trap (15 luglio) – Insieme a Charlie Charles, suo produttore e amico di sempre, Sfera Ebbasta esordisce nel 2015 con il primo disco “XDVR“, scalando le classifiche digitali fino a raggiungere il primo posto su iTunes: un caso più unico che raro per un disco disponibile in freedownload già nei mesi precedenti. Il singolo “Ciny” che racconta la realtà di strada di Cinisello Balsamo (“Ciny” , appunto) diventa un inno per i ragazzi dei quartieri periferici di tutta Italia. L’album si rivela la novità del panorama rap italiano del 2015 e Sfera Ebbasta – soprannominato “Trap King” per il nuovo genere musicale che caratterizza i suoi brani- diventa l’artista rap emergente da tenere d’occhio. L’immaginario di Sfera Ebbasta affronta con una spontaneità quasi disarmante le tematiche della vita nei quartieri con lo sguardo critico e attento di chi il quartiere lo ha vissuto per davvero, descrivendo con estrema chiarezza uno spaccato di realtà giovanile comune in molte periferie delle principali città italiane. A settembre 2016 il primo album ufficiale ‘Sfera Ebbasta’ viene pubblicato su etichetta Universal/Def Jam. Sono seguiti mesi ricchi di successi per il rapper di Cinisello: il disco “Sfera Ebbasta” è stato certificato platino dalla FIMI per aver superato oltre 50.000 copie; i singoli “Figli di papà”, “BRNBQ” e “Visiera a becco” sono stati certificati platino, mentre “Notti” e “Bang Bang” hanno raggiunto l’oro. Da segnalare sono anche le collaborazioni di Sfera con alcuni dei più conosciuti rapper francesi: con SCH ha collaborato nel brano “Cartine Cartier”, mentre Lacrim ha “preso in prestito” il brano “Figli di papà” e ne ha realizzato una nuova versione in francese intitolata “La Dolce Vita”. Il suo nuovo album d‘inediti “RockStar” ha ottenuto un ottimo successo in Italia, debuttando in vetta alla Classifica FIMI Album e alla Classifica FIMI Vinili e raccogliendo oltre 35 milioni di ascolti su Spotify. Contemporaneamente tutti i brani presenti nel disco hanno occupato le prime dodici posizioni della Top Singoli.

kasabian

Kasabian, tra rock anni ’70 ed elettronica (19 luglio) – Il gruppo inglese prende il nome da Linda Kasabian, accolita di Charles Manson che poi divenne testimone nel processo per la famosa strage di Bel Air che si ispirò “Helter Skelter” dei Beatles.

Unendo rock ed elettronica e grazie alla personalità del cantante Tom Meighan, i Kasabian diventano beniamini della stampa inglese nel 2004, scalando anche le classifiche con l›eponimo disco di debutto. Il gruppo di Leicester torna sulle scene nell›estate 2006 con il singolo «Empire», che anticipa il secondo capitolo discografico dallo stesso titolo. 

Dopo l›EP «Fast fuse», che esce nel 2007, e dopo un tour, la band si rimette al lavoro per il terzo disco, previsto per l›estate 2008. Nel 2009 esce “West rider lunatic asylum” consolidando ancor più il loro successo. A settembre 2011 è uscito, “Velociraptur!”, anticipato dal singolo «Switchblade smiles”, mentre gli album più recenti sono “48:13” e “For Crying Out Loud”.

Caparezza prigioniero (21 luglio) – Grande attraversatore di generi, celebre per i suoi testi creativi, metaforici e mai banali, Caparezza (al secolo Michele Salvemini) con la sua “testa riccia” è ormai una delle autorità più apprezzate della scena musicale italiana. Il 13 giugno 2017 Caparezza ha annunciato attraverso la propria pagina Facebook il settimo album in studio, “Prisoner 709”, uscito il 15 settembre dello stesso anno e anticipato otto giorni prima dal videoclip della title track. Composto da sedici brani, il disco vede le partecipazioni del rapper statunitense DMC e dei cantautori italiani Max Gazzè e John De Leo.

L›album, la cui uscita è coincisa con la pubblicazione del singolo Ti fa stare bene, è frutto di una profonda crisi interiore del rapper molfettese, è incentrato sulla tematica dell›ingabbiamento all›interno della propria dimensione (o prigione, come dichiarato dallo stesso artista) mentale, e si differenzia notevolmente dal precedente Museica sia per sonorità (molto più vicine al rap e al rock) che per tematiche, molto più intimistiche e riflessive. Nell›album, e in particolare nel brano Larsen, chiaro riferimento all›effetto Larsen, sono inoltre presenti numerosi riferimenti all›acufene, condizione che ha colpito il cantante nel 2015 e che lo ha sensibilmente influenzato nella realizzazione del disco.

Il 12 gennaio 2018 il rapper ha pubblicato come secondo singolo Una chiave”, accompagnato dal relativo videoclip il 26 dello stesso mese. 

Il pop rap di Coez (23 luglio) – Coez inizia il suo percorso musicale a 19 anni grazie al rap, dando vita assieme a due amici, al gruppo “Circolo Vizioso”. Producono il primo demo mixtape omonimo e, dopo un paio di anni, il primo disco ufficiale, “Terapia”, prodotto da Ford 78 e Sine. Nel 2007, la conoscenza tra Lucci, membro del gruppo Unabombers, e i due restanti componenti del Circolo Vizioso, porta alla formazione della crew Brokenspeakers. Con il passare del tempo Coez sviluppa una certa maturità di scrittura e di sound, mantenendo la costante delle tematiche che lo hanno caratterizzato fin da subito: toni struggle, amori tormentati e situazioni difficili specchio della sua generazione. Nel 2011 Coez si avvicina all’elettronica con “Fenomeno Mixtape”, in cui è più marcata la svolta artistica già intrapresa nel precedente album solista. Inizia quindi la collaborazione con Sine: “E invece no” è il brano che raggiunge in soli due mesi migliaia di visualizzazioni su Youtube e una diffusione a macchia d’olio nei social network. Nel 2012 l’artista romano intraprende una stretta collaborazione con Riccardo Sinigallia, con il quale lavora assiduamente sul nuovo progetto discografico. Il risultato di questa importante contaminazione artistica, è il primo disco ufficiale, prodotto dallo stesso Senigallia, uscito a giugno 2013 per Carosello Records. “Non erano fiori” è un album emotivo, che unisce testi emozionali, immagini forti e dirette con melodie che spaziano dal pop all’elettronica e riuscendo a creare atmosfere intime e suggestive. Il tutto valorizzato dalla produzione di Sinigallia che anni dopo il lavoro fatto con “Quelli che benpensano” di Frankie Hi-NRG, è riuscito nuovamente a valorizzare e inserire un artista nato dal mondo rap, in un contesto crossover dove parole e musica raggiungono la miscela perfetta. Nel 2014 Coez è impegnato con il suo “Non erano fiori tour”, che lo porta in giro per tutta Italia. Firma inoltre assieme a Gemitaiz & MadMan la hit della scorsa estate “Instagrammo”. Il 2014 si chiude con la data sold out il 23 dicembre all’Atlantico di Roma. Ha partecipato al nuovo disco di Marracash nel brano “A volte esagero” (feat. Salmo). “Niente che non va” è uscito il 4 settembre 2015 su etichetta Carosello Records ed è entrato direttamente al 2° posto della classifica degli album più venduti. Con questo importante risultato l’artista romano si è affermato come uno dei rappresentanti più amati e apprezzati del nuovo cantautorato italiano. Infine, “Faccio un casino”, doppio disco di platino nel 2017, con l’omonimo singolo, insieme a “E yo mamma” e “La musica non c’è”.

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