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Teatro

Gilberto Govi, un ricordo lungo cinquant’anni

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A 50 anni dalla sua scomparsa, l’ingegner Peragallo rappresenta sempre i connotati della genovesità. Mimica, sguardi e segreti del primo ambasciatore ligure dello spettacolo

di Leo Cotugno

mba-govi-0040Cinquant’anni sono trascorsi da quando, a fine aprile 1966, Gilberto Govi se ne andava, lasciando un vuoto immenso sui palchi e i rotocalchi della commedia ialiana.

Era un uomo schivo e verace, l’ingegnere Gildo Peragallo. Figlio di un impiegato delle ferrovie di origine modenese, Anselmo Govi, e di una bolognese, Francesca Gandini, ma genovesissimo di natali e di vedute, allora e adesso fondamentali per lo studio della “fenomenologia al genovese”: un parolone, guardandolo di primo acchito. Semplicemente, l’indagine su un carattere pittorescamente incontentabile e tanto rivoluzionario, sin nel midollo.

Ed eccone subito due connotati. Il primo riguarda il folgorante amore per la recitazione che durante scuole secondarie, nonostante il giovane Gilberto eccellesse nel disegno, soppiantò quasi subito la pittura. Raccontava il compianto Vito Elio Petrucci che già alle elementari Govi costituisse una piccola assicurazione sulla vita in caso di recita di epitaffi, inni, rime e poesie: si dormiva tra due guanciali. Non fosse altro per la stramberia di Gilbertino di carpire alle attenzioni di mamma corsetti, cappelli e nastri e con quelli presentarsi sulle scene suscitando l’ilarità generale. Questo clichè a senso unico, obbligato, dava all’operazione di formazione artistica goviana la parvenza di un teatro radicato in una matrice di vita regionale, ma in realtà rivelava un’indole compromissoria. Il “non genovese”, scrisse nel 1939 il critico teatrale Tullio Cicciarelli, «può anche credere che Genova sia l’aspetto statico, il deteriore del carattere e della vita liguri che traspaiono dalle commedie di Govi. In realtà un aspetto falsamente considerato e che invece Gilberto gabellava per autentico, perché i suoi personaggi erano impastati di una genovesité ricca di virtù e di vizi, di astuzie e di taccagnerie, di silenzi e di allusioni e di formidabile realismo ridotto magari allo spicciolo». Genovesité, dunque, e non genovesità.

Lo statino comunale recita così: «Amerigo Armando Gilberto Govi, nato il 22 ottobre 1885, all’ora una, settimino. Residenza,
via Sant’Ugo, numero 13
». Ogni dubbio è presto fugato in questa commedia degli equivoci. Persino ci fu chi ironizzò sul cognome Govi, anagramma di Vigo: città galiziana, Spagna nord-occidentale, affacciata sull’Oceano Atlantico, che per quasi un decennio venne ritenuta la vera terra natia di “Bertin“.

Un’altra pietra miliare della burrascosa ed anticonformista prima parte di vita di Govi è datata 1917. L’Italia è ancora squassata dalla Prima Guerra Mondiale, ha sperimentato la fame e la malattia, ha conosciuto l’onta della disfatta di Caporetto: un popolo alla deriva. A Genova si consumano le prime manifestazioni contro il conflitto, e presso le Officine Elettriche Genovesi, nelle quali Gilberto ha trovato lavoro come disegnatore, sta per compiere il gesto che sancirà il nuovo corso della vita: il gran rifiuto alle commedie routinarie del Teatro Nazionale di Sarzano per abbracciare la causa del dialetto.

Nocciolo di quest’ultimo fu la rielaborazione della farsa. «Una comicità di tipo puro – ancora ci viene in aiuto Vito Elio Petrucci – mai mescolata al sentimento, al patetismo, all’umorismo. Govi voleva fare ridere e basta; la sua comicità si accoppiò necessariamente a quella che costituisce la sua seconda caratteristica, la brevità. La gente che accorreva a teatro doveva incontrare un tipo di rappresentazione capace di spaurire i caratteri, infondere spirito ed essere una delle facce di una serata teatrale composta da tanti elementi diversi. Farsa, dal latino farcere, “guarnire”, è un ingrediente allo stato puro, pensato però per essere sempre mescolato con ingredienti di tipo diverso all’interno della stessa serata».mba-govi-0072

 Il 2016 non segna solo il 50mo della morte di Govi, ma anche il novantesimo anniversario di quell’estemporanea e fortunatissima tournee che portò il Dialettale a solcare le onde dell’Atlantico in piroscafo, sino a raggiungere l’Argentina e l’Uruguay. Gli attori rimasero in America Latina sino al luglio 1927: quattro mesi in tutto. A Buenos Aires erano quasi tremila i genovesi emigrati, ed altri diecimila avrebbero fatto seguito sino al 1950. Montevideo accolse “I manezzi pe’ maja’ na figgia” come se fosse disceso sulla terra un ente divino; e assieme a questi, “Colpi di timone” e “Pignasecca e Pignaverde” furo sfondo che scatenò di pari passo entusiasmo e commozione. Questa volta ci sono le testimonianze riportate nella mostra “Govi” ospitata recentemente alla Loggia di Banchi. «Ai colleghi della stampa che, datogli appena il tempo di abbracciare la sua mamma, commossa ed esultante, lo assediarono nel salone dei concerti, Govi narrò del trionfale debutto della Dialettale Genovese al Teatro Marconi di Buenos Aires e dei susseguenti successi che furono tanti quante le rappresentazioni date. 162 in 94 giorni, neppure un giorno di riposo, con il rincaro di due repliche al giovedi ed al sabato e di tre alla domenica».

«I genovesi ed i figli dei genovesi erano sempre presenti, ma non mancavano gli emigrati dalle altre regioni d’Italia e argentini di tutte le classi sociali» raccontò Gilberto, all’indomani del decimo anniversario di matrimonio con la sua diletta Rina Gajoni (al secolo Caterina Franchi, impalmata nel 1917). «Del resto tutti laggiù parlano e comprendono il nostro vernacolo. Perfino i turchi!». Con quella strepitosa mimica facciale composta di sguardi a palla e bocche a falce, Bertin aprì la porta ad un aneddoto rimasto epocale e che lo testimoni- primo ambasciatore del dialetto genovese. Non sapendosi orientare per raggiungere il teatro, un giorno si rivolse per informazione al primo passante, esprimendosi in italiano; questi non capì. Quasi per protesta Govi si lasciò sfuggire alcune espressioni dialettali che il passante subito afferrava rispondendo:

«Ma se scia me dixeiva che scia l’e’ zeneize…»

«Perché, anche voscia’, scia scuse…»

«No no, mi son turco ma no veu di’ ninte!»

Durante i quattro mesi di lavoro all’estero, e negli anni successivi al 1927, prese parte alla Compagnia Dialettale l’attrice Jole Fano. Di origine argentina, avrebbe fondato una vera e propria Compagnia di Recitazione a Cordoba divenendo famosa come dirigente dell’emittente radiofonica Radio Caupolican a Santiago del Cile.

È vero che i genovesi, nell’arco dei secoli, avevano dato vita a ben altre imprese di quelle che il teatro goviano ha fatto conoscere al mondo. 814-govi-0253-hdErano stati al centro delle Repubbliche Marinare e della Resistenza, di più alte lotte politiche e sociali. La storia di casa nostra è spesso storia di pionierismo, coraggio e battaglie, e anche il teatro dialettale, sotto certi aspetti “minore” per i limiti di linguaggio e tematica facilmente
identificabili, si mosse diventando pioniere di un carattere genovese antiprogressista, al cui centro c’era spesso l’avarizia, che costituisce il volto di certi ambienti e di una certa società della nostra città.

Che cosa rese e rende allora Gilberto Govi così attuale? La sua concezione egocentrica dell’azione teatrale, arbitra delle espressioni prima che di qualsiasi sentimento. L’attore interagisce con il pubblico attraverso la mimica facciale: «Non vi può essere teatro, specie dialettale, se non vi è l’attore. È il grande attore che fa il teatro». Non solo mimiche imparagonabili, ma anche la concezione musicale della recitazione: Govi si dimostrava grande attore anche a chi lo sentiva senza vederlo. Durante un’esibizione radiofonica datata all’immediato dopoguerra (1946), Gilberto sbalordì ancora una volta il mondo. La sua recitazione era un continuo alternarsi di toni, un mutare di registri. Quel suo cantilenare così caratteristico  parlata genovese spaziava dai toni più acuti, l’indimenticabile falsetto goviano, a quelli corposi. Questo era Govi, con il suo modo di porsi al centro dello spettacolo come un Narciso magnifico ed ingeneroso. Gli altri non contavano nulla, gli applausi erano tutti per lui e solo per lui dovevano essere. Il suo impasto di meschinità e di grandezza, piccineria e valori autentici, ha incantato tutti i mostri sacri dell’avanspettacolo e del grande cinema italiano: Erminio Macario, Walter Chiari, Paolo Stoppa, Ave Ninchi, Alberto Sordi, Lauretta Masiero, Angelo Musco, Ettore Petrolini, Valeria Moriconi.

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